domenica 23 settembre 2007

Otto settimane in mezzo (Russians)

Da Oraz e la sua multa per aver allargato la traiettoria sul brecciolino ad Antonio Maggiora Ryskeldi e il (mio) pomeriggio investito nell'illustrazione degli sport kirghisi, nei 56 giorni incuneati fra Turchia e Cina ho incrociato tre cifre di ex sovietici. Una volta appiccicati loro malgrado da grandi giochi, obsolete ideologie e ciclici scherzi imperialisti del tempo, oggi vicini di quartiere occupati a ridefinirsi per differenze e a trovare nuovi riferimenti, li ho trovati affabili, bendisposti, cordiali, gentili. Disponibili, forse un po' invadenti. Ogni benedetta giornata fra Sarpi e Sary Tash la loro fuoriuscita dal tombino era piu' scontata della cena. Mi hanno importunato per anticipare i miei bisogni, mi hanno aiutato anche se erano impegnati, mi si sono incollati per noia, mi hanno interrogato per curiosità. Ma nessuno c'ha capito un'acca. Mi hanno dato in media 26 anni, mi hanno preso per scrittore e per calciatore, per studente e per businessman, mi hanno chiesto se ero venuto pishkom - a piedi - o in aereo, e mi hanno affibbiato una ventina di nazionalità, da quella australiana a quella indiana, senza mai azzeccarci una volta. Ad Osh, nello spazio di un gelato scaduto, un signore m'ha dato dell'americano, quello appresso dell'iracheno. Poi la rivelazione e la puntuale eco ebete. Italia?!? No, vi prego, non fate così o mi sento un ornitorinco che davanti alla casalinga di Voghera si sente dire sì, ho sentito parlare di te, anzi, ti conosco, sei noto per qualcosa, non me lo dire che ora non mi sovviene ma ci arrivo. Ah, sì, Celentano e la Piovra. Te pareva. Tranquilla, fornaia di Tblisi, tranquillo, poliziotto di Bishkek, la colpa non è vostra. E' di chi ai giorni nostri continua ad allestire tour di Toto Cutugno per il Caucaso e di chi ha smesso di esportare prodotti pseudo culturali di massa un quarto di secolo fa per dedicarsi all'import delle Las Ketchups. Ed è colpa della tv russa TNT, che il 20 agosto 2007 trasmette Bingo Bongo in prima serata. Detto fra noi, ora che la comunicazione interpersonale langue, che gli argomenti di discussione sono ristretti e che Italia non dice nulla a nessuno, il siparietto imbecille un po' manca. Come manca il meltin' pot etnico centroasiatico, la possibilità di parlare con chi ha l'inconsapevole fortuna di pensare almeno in due lingue e la sensazione che lì la storia sia viva, vegeta e da scrivere. Ma manca soprattutto la gestualità della gente. Le strette di mano vigorose (anche quella dell'arrotino di Shymkent con le due dita appese al moncherino), i sorrisi dorati di chi ha perso i denti quando la mutua del Politburo passava gratis la sostituzione e quelli sforacchiati di chi ha continuato ad infischiarsene, dello spazzolino. O quel palmo aperto che attraversa il petto delicatamente e sfiora il cuore mentre il capo si reclina e il busto accenna un inchino in un saluto fatto di deferente rispetto. O quel leggero sfregamento del volto in segno di umile ringraziamento per il pasto. Ecco, il cibo, quello, proprio non manca. La monotonia armena, le mappazze azere, la frutta ammaccata turkmena, lo scatolame kazako, i prodotti scaduti kirghisi, il nulla tagiko. Per disperazione mi son buttato su cetrioli e meloni. E se certamente non c'è nostalgia degli alberghi sovietici, delle ambasciate, dei consoli, degli uffici per la registrazione degli stranieri, delle dogane e dei posti di blocco, non ho ancora incasellato quei dialoghi cantilenati ogni dì. Sei venuto per turismo o per lavoro? [Già; quale manager al giorno d'oggi non preferisce lo zaino alla valigetta, cammina per chilometri sotto al sole invece di farsi scortare dall'auto aziendale con l'aria condizionata e non si siede alla riunione del consiglio di amministrazione soltanto dopo aver attraversato a piedi una frontiera?] Prova ad indovinare, va'. Che mestiere fai? Il disoccupato. Quanto guadagna un camionista in Europa? Abbastanza da invitarmi a cena una volta al mese. In Italia ci sono strade così? Sul Mortirolo. E le Piramidi? ... Hai figli? Ci pensa mia sorella. Sei sposato? Non mi piglia nessuna. Ce l'hai la ragazza? No, ma vado in Cina apposta. Lì ce ne sono tante.

sabato 22 settembre 2007

Where the streets have no name

Il primo giorno foriamo quattro volte. Alle sei in punto Sayitbek mette faticosamente in moto la sua Uaz verde militare carica come un mulo delle Ande: la zavorra include la ragazzina col mal di pancia che torna a scuola con comodo, il pensionato col doppio passaporto e la moglie ciarliera, due casse di vernici, altrettante di scatolame, tre pacchi sigillati, una vanga, l'italiano con la richiesta astrusa e un motore. Intero. Alla periferia di Osh il manto d'asfalto si assottiglia fino a sparire, un'ora piu' avanti cominciano i polverosi saliscendi, appena superata Sary Tash le pupille si dilatano di fronte ad una schiera di montagne imbiancate che proteggono i confini del Tagikistan. E per rispetto la strada si riduce ad una pista invisibile che scende nel ventre del Pamir, il Bam-i-Dunya, il tetto del mondo, l'altopiano senza vita, il collage di deserti screpolati dal sole e schiaffeggiati da raffiche impietose che libera alcuni fra i fiumi piu' lunghi del continente e da cui si dipartono il Karakoram e l'Himalaya, l'Hindu Kush e il Tian Shan. La cornice è impreziosita da tre vette sopra i 7mila metri e dalla rara e sfuggente pecora di Marco Polo. Ma il quadro è un susseguirsi di valli lunari dal fascino remoto, di rilievi secchi e arrotondati come meringhe, dove l'unica variazione ai colori pastello - dal giallo sabbia all'argilla, dal rame al ferro - sono le mandrie di yak, i greggi di pecore, i pastori avvolti in mantelli neri, le strutture distrutte durante la recente guerra civile, i torrenti gelati, i laghi scuri che riflettono a stento le indicazioni del panorama. Lo scenario ha la carica incontaminata della verginità, ogni anno qui si affacciano solo cinquecento musi bianchi. Per questo la sera tutti sanno che uno è arrivato a Murgab. Con le sue case di mattoni vivi o di fango misto a paglia, alte il minimo indispensabile, coi soffitti e i pavimenti di legno, dopo Karakol è il secondo avamposto umano del Pamir orientale, ma è il primo in balia delle capre che brucano i sacchetti di plastica e dei cani randagi che ne succhiano le feci. Il mercato è quanto di più misero offra l'Asia centrale: due vagoni arrivati qui chissà come, una sfilza di containers e quel che resta di una roulotte fungono da negozi, un paio di letti d'ospedale dalle reti ammosciate e varie panchine fanno da espositori, una cisterna è - o era - il café Minutka. In vendita non c'è traccia di riso e frutta, scarseggiano ortaggi e verdura, la carne è poca e maleodorante, se non è andata ancora a male è solo questione di ore, le forme di pane sarebbero buone come racchettoni sulla spiaggia. La FAO stima in 864 milioni il numero di esseri umani affetti da denutrizione strutturale e in 4 milioni il numero degli individui che annualmente sprofondano nel problema. La fame uccide 25.000 uomini ogni dodici mesi e un bambino ogni 5 secondi. E fra quelli che sopravvivono, il 60% soffre di ritardi mentali dovuti alla carenza di ferro. Il Tagikistan è il Paese asiatico con la percentuale più alta di affamati: più della metà della popolazione è denutrita e si alimenta solo con quel che offrono gli yak. Il latte, corposo, nutriente e fin troppo saporito viene allungato col té o trasformato in un burro paglierino e farinoso che tenta invano di ammorbidire il pane; un paio di confetti di carne (dico io... se proprio dovete scannare quattro quintali di bovino, è possibile averne un po' di piu'?) danno un po' di spessore alle brodaglie grasse e stucchevoli che solo in casi fortunati cotengono i laghman, i tagliolini scotti, o qualche erbetta. Tutto questo si disvela solo l'indomani, perché fra un cambio di ruota e l'altro, la Uaz arriva a Murgab avvolta dal buio e rinfrescata da un'acquosa nebbiolina. L'assenza di illuminazione lascia spazio all'intuizione, non all'immaginazione. Mentre scarico il fuoristrada, un anziano tagiko mi si avvicina, mulina la mano per aria in senso orario e punta il cielo con due dita. Vuol sapere da dove vengo prima di affidarmi a sua figlia, una ragazza incinta senza volto e senza nome che srotola un materasso sul pavimento di una stanza nuda, calda e dignitosa, quindi mi assicura il riposo con due coperte e accende una candela. Che mi permette di scarabocchiare due appunti emozionati e illegibili prima di piombare nel sonno più profondo del viaggio.

Al ritorno incrociamo una macchina e un'occidentale. Nel curriculum vitae di Ester c'è un matrimonio-lampo, un decennio di studi da anestesista e un altro passato a far soldi a Pretoria. La ragazza ha lasciato il Sudafrica con l'abbigliamento tecnico e la mountain bike per partecipare ad una costosa, organizzatissima e non competitiva Istanbul-Pechino su due ruote, ma il richiamo dell'avventura l'ha spinta a separarsi dai suo attempati compagni di cammino, a prendere un volo per Dushanbe e uno per Khorog e a risalire da sola il Pamir in quattro giorni. In bici. Le auto ne impiegano fra i due e i tre. Accetto volentieri il suo invito a cena, non la sua proposta di aspettare la carovana di ciclisti per unirmi a loro. Per la serata ho programmi oggettivamente più alternativi ed eccitanti, come testare il livello di sopportazione umana in alta quota con l'abbigliamento da mare. Il transito per il Kyrgyzstan a partire dal 21, più i tempi di percorrenza dei 120 km sterrati fra il Tagikistan e la Cina, più le frontiere chiuse durante i weekend, più il mercato domenicale di Kashgar, rappresentano i tre affluenti di un problema che sfocia in un'unica soluzione. Dormire all'addiaccio. Per risolvere il rebus basta infatti uscire dal Tagikistan prima del tramonto, passare la notte nella terra di nessuno, rientrare in Kyrgyzstan all'alba di venerdì 21, appena i doganieri lo consentono, abbarbicarsi lungo la pista che via Sary Tash porta al passo Irkeshtam e superare frontiera cinese prima che chiuda da venerdì pomeriggio a lunedì mattina. Il sopracciglio aggrottato di Sayitbek vuol sapere se sono un genio del crimine o un cretino. Direi ad occhi chiusi che propende per la seconda ipotesu: la soluzione c'è, ma è da internamento. Perché a 4300 metri il rischio non è né il leopardo delle nevi né lo Yeti, ma quell'assideramento che due paia di calzini, due pantaloni uno sopra l'altro, due t-shirt, una polo, due felpette, il pareo legato al collo, i pedalini avvolti alle mani, l'asciugamano in testa, il colibrì, la giacchetta e il poncho antipioggia addosso, le gambe nello zaino ormai vuoto - e una posizione piu' fetale possibile sul sedile posteriore della Uaz - scongiurano soltanto fino ad un certo punto.
La notte che precede l'equinozio d'autunno 2007 non dormo, prego i globuli rossi di far finta di niente e continuare a marciare. Non sogno, rifletto sul problema dell'inconscio nella psicologia moderna. Senza peraltro arrivare alle conclusioni di Jung. Finché alle 5 di mattina uno sbuffo ghiacciato mi ricorda che in macchina siamo due. E che almeno in Italia l'articolo 589 del c.p. prevede pene severe in caso di omicidio colposo. Mentre io cerco di riprendere possesso del mio emisfero destro a colpi di pizzichi, Sayitbek prende possesso del volante e riesce subito a far ingolfare il fuoristrada. Per un'ora e venti le proviamo tutte, dalla spinta alla manovella, poi prima dell'alba una pattuglia tagika di passaggio invece di arrestarci ci aiuta a rimettere in vita la batteria. Possiamo partire. Quattro ore di polvere dopo, costeggiando il versante settentrionale del Pamir, fra un "mai più" e l'altro di Sayitbek arriviamo al passo Irkeshtam, un confine inaugurato cinque anni fa senza che il Kyrgyzstan si premurasse di costruire prima una strada per arrivarci. Il primo doganiere apre il gabbiotto per me e si accorge tardi che qualcosa non torna, ma dopo uno Shevchenko e un commissario Cattani fra noi c'è del tenero e mi lascia andare. Dall'altra parte mi traghetta Jakub, un butterato camionista uzbeko alla guida di un bisonte con 26 ruote che in salita va come un trattore asmatico e che sui pantaloni mi lascia degli intrattabili reperti di olio. Lo saluto quando comincia la fila dei suoi colleghi, raggiungo a piedi iprimo container cinese e lì resto finché l'uiguro di guardia non si degna di scarrozzarmi a valle con la sua camionetta zeppa di meloni e peperoni sequestrati. Tre ore più tardi, quando la frontiera riapre dopo la pausa pranzo degli ufficiali cinesi, rivedo finalmente il mio passaporto. E al settantasettesimo giorno di viaggio, dopo quasi trecento ore di spostamenti e dopo aver esaurito tutti i buchi sulla cinta, mentre la Wolksvagen Santana di Daulet mi accompagna nella discesa verso Kashgar, caccio un urlo.
M'hanno rubato gli occhiali da sole.

domenica 16 settembre 2007

Taxi driver

(dato il carattere pesantemente volgare del post se ne sconsiglia la lettura a donne e bambini)
Che Zamir fosse un coglione l'ho capito nell'attimo stesso in cui ho messo piede nella sua Bmw targata B 3928 G. Per la certezza che fosse anche un pezzo di merda, invece, ho avuto bisogno di 9 ore.
L'aria di Bishkek s'era fatta stantia. Senza piu' combriccola da coccolare o consoli da randellare, la citta' sembrava melanconicamente priva di stimoli. Dopo una giornata passata a tirare le orecchie a segretarie, usceri, funzionari alti e bassi e loro assistenti, l'ultimo doppiopasso fra ambasciate aveva inciso sul mio passaporto il visto di transito kyrgyzo e il permesso GBAO necessari per attraversare il Pamir e rientrare nel Paese. Ma non uno che non mi avesse rimandato a data da destinarsi, che avesse rispettato gli impegni e gli appuntamenti, che non avesse chiuso l'ufficio prima del previsto, che poi avesse chiesto scusa. "In Italia per molto meno si viene licenziati". Non e' vero, ma loro non lo sanno. E alla fine hanno ceduto, tutti.
Percio' ieri, dopo aver sperimentato anche l'ebbrezza di essere scambiato per pakistano, sfidato da un mariuolo e difeso da un nugolo di babushke nel bazar, c'ho pensato un attimo, ho impacchettato la roba e mi sono accodato a Min Ho, l'ingegnere civile di Seul che viaggia ininterrottamente da 4 anni e mezzo e che nella Nomad's home s'era segnalato per l'abitudine di sputare nel cortile bazzicato da coppie di piedi nudi. Si va ad Osh, non ci sono marshrutke ma solo auto private, e alle 8 di sera da noi compare una Bmw contattata da Ernest, il gestore. Il prezzo e' fin troppo congruo, ma se duecento metri piu' in la' comincio a ripensarci e' per un senso di indefinita incompletezza, oltre ad un misto di date inconciliabili, spazio limitato e atmosfera sgradevole. Nell'abitacolo siamo in 5, troppi per una dodici ore notturna di saliscendi fra le prime due citta' del Kyrgyzstan su una strada asfaltata di recente da una ditta giapponese ma lontana parente delle nostre provinciali. Davanti, accanto a Zamir, siede una signora. Dietro, fra me e il coreano, si sistema il fratellino dell'autista. E l'aria e' subito infestata dal fastidioso tuz-tuz di una compilation disco trash pompata oltre il livello dell'istupidimento. Va be che e' sabato sera - provo a stemperare - ma si puo' abbassare il volume, per favore? Piacere parzialmente accordato ma l'antifona e' chiara. Il tizio al volante e' rozzo dentro quanto sgrammaticato fuori, con quegli zigomi talmente sporgenti e affilati che di profilo pare un esagono. E guida da analfabeta della vita.
Zamir non e' il solito pilota relativamente spericolato, di quelli che conoscono l'equilibrio del sistema-auto e lo interpretano in modo spavaldo ma sicuro, dando la sensazione di conoscere le regole condivise dagli altri e di forzarle entro limiti incomprensibili per chi viene da fuori ma accettate dai locali. No. Zamir abbraccia il volante, azzanna l'acceleratore e ha un'attrazione fatale per la corsia sbagliata. Non azzecca il tempo di un sorpasso, una distanza, una curva. Ammesso che imboccarne una a 110km/h significhi impostarla e non cercare di abbatterla. Non c'e' camion che non ci abbagli istericamente, non c'e' auto che non strombazzi imprecando. Le minigonne della Bmw grattano in continuazione il manto, i dischi dei freni fischiano disperatamente, per tre volte un tornante finisce con un'inchiodata secca per evitare che la macchina vada giu'. E ricomincia con una sgommata, perche' non si dica che Zamir non e' un drago.
"Hai mai pensato che nella vita dovevi fare il panettiere?" gli dico in russo maccheronico. Il fratellino sghignazza. Dopo due ore, in cima al primo passo, ci fermiamo. A bordo sale un sesto occupante. Mi scongelo ancora, tanto il sonno m'e' passato. "E se fra cento chilometri trovi un'altra persona che paga, la fai salire?..." (nell'originale in russo corretto) "...brutta testa di cazzo?" (in italiano). Il ragazzo sgancia e si infila dietro, al centro. Persino la signora davanti trattiene a stento imbarazzo e lacrime. Dopodiche' la corsa riprende.
Centoventi, centrotrenta, centoquaranta, in salita e in discesa, nel misto e sul dritto. Se chiudo gli occhi sento il respito trattenuto da me e dagli altri. Se li apro vedo solo gli abbaglianti disperati degli autisti che incrociamo. Se ripassa quattro auto in curva e' una merda d'uomo. Confermo, lo e'. Se stanotte andiamo al Creatore siamo in due a menargli.
La discesa e' anche peggio. Attraversiamo qualche centro abitato e facciamo le meches alle poche sagome in giro prima dell'alba. Poi, in un piazzale malamente frequentato, ci si blocca. Sono le 5 del mattino e scende l'ultimo arrivato. Un quarto d'ora dopo anche la signora vien gettata alle ortiche. Il fratellino si piazza davanti, e per l'occasione Zamir sceglie un nuovo coro da discoteca, rumeno, e lo fa girare tre volte di fila nello stesso punto, quando il cantante grida: "ITALIANO!". Se mi sa di atto di sfida non e' per paranoia, ma perche' sta per fermare la Bmw in mezzo alla campagna.
"Pagate" ci dice, guardandoci attraverso lo specchietto con quegli spilli senza spessore che si ritrova ai lati del naso aquilino . "Prima ci porti in albergo, poi ti diamo i soldi". Wow, Min Ho e' vivo e lotta insieme a noi. Il bastardo riparte, poi si riferma all'ingresso della citta'. Stesso teatrino. "Se non pagate vi porto dalla militsia. Li' c'e' mio fratello e sono cazzi vostri". In un certo senso ha ragione. Arriviamo al commissariato, ma il presunto fratello non c'e'. Il poliziotto di guardia e' troppo assonnato per capire che ha la possibilita' di guadagnarsi la tredicesima. O forse in una scossa di banale onesta' non tira fuori le manette come insistono i due infami ma accoglie la mia versione dei fatti: "Portali all'albergo e fatti pagare li'" dice a Zamir. Che ingenuamente ci porta davanti ad un hotel indicato da Min Ho, che ad Osh c'e' gia' stato. E li' ricomincia, precisando quel che ormai era evidente: "Fuori 5000 som tu e 5000 tu". Sono 100 euro a testa, cinque volte la cifra contrattata e che per meta' era gia' stata consegnata alla partenza. "Apri il bagagliaio e dacci gli zaini" (originale in russo su di giri) "...e poi vaffanculo tu e l'amico tuo" (originale in italiano e in inglese). No. Peggio per te, io e il coreano entriamo nell'Alay. Min Ho dice che alla reception lavorano due ragazze gentili e un tipo acido. Ovviamente alle 6 di mattina c'e' solo lui. "Il telefono e' rotto da ieri, non abbiamo stanze libere e io voglio dormire. Uscite da qui e andate da un'altra parte". "Sai bene che fra poco qualche camera si libera. E poi cosa direbbe il tuo capo se sapesse che stai dalla parte dei ladri invece che dei turisti?". Fa pippa, il nanerottolo, e noi due rimaniamo dentro. Gli zaini restano invece nell'auto, mentre il buio comincia a dissolversi, Zamir e il fratellino sorvegliano la porta e scendono a 4mila som - 80 euro - indirizzandomi un gesto dolcemente retro'. Il pollice morbidamente inserito fra indice e medio. O ha saputo della mia lunga astinenza o mi avvisa che e' inutile sbattermi, tanto alla fine m'incula. "Provaci, faccia da culo". (originale in italiano). Il caso ha infatti voluto che per una volta tenessi il biglietto da visita della guesthouse di Bishkek, e che il mio russo mi consenta di chiedere il cellulare a tre frequentatori dell'albergo di Osh prima di trovare Mirzad, un dipendente dell'hotel disposto a prestarmelo. Guldana prima e Ernest poi vengono cosi' svegliati e informati che l'autista cui c'hanno affidato non e' proprio una bella persona (qui non e' sarcasmo, e' vocabolario scarso) e che sarebbe il caso che lo facessero ritornare sulla Terra, ammesso che Zamir ci sia mai stato. Il ragazzo che mi presta il telefonino parla inglese, e ha gli attributi per prender di petto il fratellino dell'autista, visto che nel frattempo Zamir e' scomparso con i nostri zaini. Il longilineo gli dice di essere un semplice cliente ma resta di guardia in attesa che la Bmw ricompaia con lo stronzo accompagnato da un poliziotto. "Venite con me" mi fa l'armadio in divisa, che a giudicare dall'occhio malvagio potrebbe essergli davvero fratello. Prima mi spieghi con quale accusa, poi parli con Ernest. Anzi - per togliermi di dosso la scomoda sensazione che nella storia il padrone della Nomad's non sia del tutto santificabile - ci parlo prima io e gli faccio notare che DEVE risolvere lo spiacevole inconveniente e DEVE promettere che mai piu' affidera' qualche straniero a Zamir perche' altrimenti una cosa del genere DEVE diventare di dominio pubblico. Ernest scarica una serie di da e di 'non proccuparti' mentre l'autista spiega al poliziotto, davanti al dipendente dell'albergo, che ci aveva caricato in aeroporto (?) e che a Bishkek Ernest gli avrebbe sottratto 700 som. Mentre Zamir scivola giu' dagli specchi, gli dico che a noi frega una ceppa (originale in inglese) di quel che fanno loro coi nostri soldi. Ma che i som che gli diamo sono quelli pattuiti. Non prima di aver controllato che nello zaino ci sia ancora la giacchetta. E che nessuno ci abbia pisciato sopra.

venerdì 14 settembre 2007

[No]Mad's Land

Quando il doganiere kazako m'ha chiesto se ero un terrorista armato io l'ho capito che la sua domanda era di routine. E' lui che non ha inteso il sarcasmo del mio si', e prima di lasciarmi andare a Bishkek ha preteso che svuotassi lo zaino e gli spiegassi cosa conteneva la scatola fucsia avvolta nella dedica di Christophe.
Nella citta' un tempo intitolata alla memoria frustrata di Mikhail Frunze il primo impegno e' diplomatico e mi porta nello stanzone del cosiddetto console a chiedere la possibilita' di ri-transitare per il lembo sudorientale del Paese, visto che una volta entrato in Tagikistan e' impossibile proseguire per la Cina, e se imbocco il Pamir non ho altra via d'uscita che Kabul. 59 dollari la prima richiesta, 21 il prezzo concordato dopo una contrattazione infinta sotto lo sguardo di un Buddha di bronzo, un unicorno di argento, un elefante di latta e un plotone di microspie. Come kazaki ingentiliti dal confronto con le montagne, i kirghizi sono gente mite. Che non ha rimosso tutti i simboli sovietici per indifferenza, più che per devozione. Alle spalle della vecchia stazione dei bus di Bishkek, da qualche mese Ernst ha incastrato due yurte nel giardino, ha costruito un dormitorio e ha messo la sua casa a disposizione dei saccapelisti. Ernst non immaginava che il mondo producesse tanti squilibrati. A settembre s'e' cosi' ritrovato fra i piedi Dan, l'inglese che per questo viaggio s'e' comprato due fotocamere, due computer e un pick-up, ed essendo percio' rimasto senza fondi deve dormire nella tenda piantata sulla sua auto e fare colazione ruminando corn flakes a secco; Alain, lo svizzero che con l'oscurita' assume le sembianze di Mr Bean alle soglie della cirrosi epatica e non sempre ritrova la strada di casa; Zakaria, l'iraniano del '44 che indossa la tuta della nazionale di cricket per la quale giocano i suoi tre figli e che con la scusa della pensione e' scappato dagli obblighi del Ramadan o Borish, il turco che denuncia venti ragazze, di notte smanetta con le suonerie del cellulare e di giorno smanetta sotto la doccia. E infine il pachidermico Miguel. Carnagione olivastra, barba e turbante da sikh, in testa sempre il chasidic - un copricapo da ebreo ortodosso - e ai piedi sempre gli scarponcini con i quali cinque anni fa e' partito da Barcellona, dove tornera' per festeggiare il Natale coi suoi, arriva in autostop da Osh e fracassa i gia' precari equilibri dell'ostello. Confuso, chiassoso, ciondolante e bruciato dalle 3 bottiglie di vodka giornaliere che nonostante tutto dice di reggere tranquillamente, ha trascorso un anno in Giappone e uno in Cina ad insegnare spagnolo, e' stato arrestato a Chisinau e Tblisi in stato di ebbrezza ed e' passato un paio di volte per l'Afghanistan sempre col cappello da rabbino sulla crapa rasata. Si definisce cattolico, sostiene di conoscere a menadito la Torah e qualche filosofia orientale, ma agli avventori della Nomad's home di Bishkek risulta solo che abbia imparato ad esplorare le cavita' nasali col pollice, ad emettere flatulenze mente erutta cosi' da ridurre l'effetto di almeno una delle due manifestazioni di disagio interiore, e ad inviare tre santini alla madre quando e' a corto di soldi. Lo sconquasso che provoca di giorno e' nulla in confronto al pandemonio che fa di notte , e la mattina in cui una recinzione viene accidentalmente abbattuta, anche il cane lo incolpa.Invece e' stato un tipo gallese, che s'e' ubriacato con un polacco e un'olandese mentre io facevo le 5 in discoteca con sua inappetenza Blaz, il geologo di Nova Gorica dal cervello fumante, e con sua solarita' Eva, che ha mollato Praga per cercare lavoro ad Almaty. Nell'arca di Ernst frequentata da una ventina di reietti di una quindicina di nazionalita' e' con loro che faccio comunella. Il giorno appresso, la ceca dagli occhi di ghiaccio insiste per accompagnarmi di nuovo dal console e per scarrozzarmi per Bishkek con la sua Niva 4x4. E siccome adora il cibo italiano e soprattutto tira sempre piu' quel coso li' di quell'altro coso la', mi faccio trascinare pure all'Adriatico: carpaccio e arrabbiata per lei, olive ascolane e strozzapreti per me alle 5 del pomeriggio. Tanto sempre zero a zero finisce.
Nel giro di ventiquattro ore Ann, Bart, Bostjan, Clementine, Joe e i miei compari si sparpagliano verso tre punti cardinali. Così per conservare un briciolo di lucidita' non mi resta che fuggire dal manicomio di Bishkek con due medaglie al merito - una foto strappata a Miguel e tre sorrisi strappati ad Eva - e cercare un po' di quiete sulla sponda meridionale dell'Yssik Kol, un diamante blu elettrico incastonato fra cime oltre i 5mila metri. E' il secondo lago navigabile piu' alto del mondo e di gran lunga il piu' lontano dal mare. Durante la guerra fredda il Cremlino l'aveva trasformato in un poligono per sottomarini, ma i danni sono stati contenuti, e tutt'attorno la natura esplode generosa. Cavalli di Przewalski, yak, faraone, upupe, pesci, alberi da frutto, ragazzini che galoppano su pelli di pecora e anziani con i loro khalpak, i cappelli da folletto, in groppa a ciucci ne fanno un luogo fiabesco. Su consiglio di Blaz mi fermo a Kadji Say, un villaggio stretto da imponenti rocce rosse, e mi sistemo da Vera, una donna costantemente indaffarata che ospita una famiglia siberiana. E che in tutta la sua vita non ha mai visto un italiano. Poi mi butto in acqua. Confermando che se qualcuno s'e' potuto permettere di chiamare questo specchio lago caldo e' solo perche' al mondo e' tutto profondamente relativo.
Miguel
La sera, infine, vengo invitato al party piu' selvaggio dell'anno. Si festeggiano i 3 mesi di Aisalkin e a me spetta il posto d'onore, accanto alla matrona di 85 anni e davanti ad una tavola sulla quale riconosco a stento la provenienza di meta' del cibo che mi infilano in bocca. Quando scoprono che sono holostiak - single - e pretendono che inviti a ballare Alona, la zitella monociglio dal baffo troppo abbondante per i miei gusti, rammento un precedente impegno inderogabile e scappo da Kadji Say, incamminandomi verso occidente. Alterno passeggiate a strappi in auto, supero Bokombayevo, Tort Kul e Ak Sai finche', dalle parti di Kara Koo, mi carica il furgone di Aleksej, che un tempo sparava e adesso consegna medicinali alle farmacie attorno al lago.

Per quattro ore cantiamo ogni robaccia settantaottanta che il suo mangianastri ci propina, da Kalimba de Luna alla Colegiala, da Pupo a Sabrina Salerno, e nonostante l'olio finito torniamo fumando a Bishkek.
Dove ritrovo Dan, Borish, Alain e Miguel, ahime'.

sabato 8 settembre 2007

Cento (e rotte) ore di solitudine

La stanzetta della foresteria della stazione di Tashkent e' talmente etta che il lavandino sbatte sugli stinchi e che per stendermi devo unire due letti e dormire in diagonale fra le sponde. La divido con Surrabh, il radiologo neozelandese di evidenti origini indiane, e Li, che viene da Hong Kong, non so che mestiere faccia ("sei troppo curioso") ma e' un'enciclopedia vivente in tema di ambasciate, visti e tassi di cambio.
Da quattro giorni invece pago 9 euro per condividere una camera al quarto piano del peggior albergo di Almaty, il Saulet, con Daulet, un cicciobello kazako che e' venuto dal lago Balkash per acquistare un autoarticolato. Visto che neanche oggi lo ha trovato, pure stanotte mi ritocca sentirlo scorreggiare come un ippopotamo.
Fra una stanza e l'altra ho fatto file, molte, e incontrato gente, singolare.
Ho sborsato una tangente per ottenere in un battibaleno il visto cinese e un obolo per uscire intero dalla frontiera uzbeko-kazaka. In teoria affascinante come tutti i colpi d'ascia su secoli di migrazioni, contaminazioni e convivenze, anche questo confine ha la forza del fascino e la debolezza dell'arbitrarieta'. Proprio li' dove i contorni culturali si sfumano l'uomo traccia brutalmente una linea con il beneplacito perplesso di storia e geografia a stabilire che fino a qui e' questo e da li' e' quello. L'avvicinamento e' sempre carico di pathos positivo, la fuoriuscita un'adrenalinica esplosione di curiosita' da soddisfare. Poi c'era la realta' dei fatti e dei controlli. Roba assai meno romantica.
A Ben Gurion ti interrogano anche due ore di fila, e se non li convinci ti spogliano nudo. Almeno cosi' accadde a me. In Tanzania dilaga l'aids ma tu devi esibire la vaccinazione contro la febbre gialla, in Botswana ti fanno lavare le scarpe per evitare che gli porti qualche batterio. In Mongolia se non rifai esattamente l'espressione della foto non entri. In Ecuador un tizio campa vendendo i formulari. Che quasi dappertutto, prima dell'11 settembre, ti chiedevano se avevi avuto rapporti con il nazismo. Se poi dall'altra parte trovi una Poipet o una Ciudad de l'Este e vorresti tornare indietro, non puoi. Ma mai come in questo viaggio ogni confine piu' che emozioni regala capelli bianchi. Quello a 20 minuti da Tashkent e' in salita. Ad un primo controllo il doganiere mi viviseziona e poi mi chiede di dimostrare che se ho piu' dollari di quanti ne avevo denunciati entrando in Uzbekistan non e' perche' mi son messo a taglieggiare vecchiette nella metro. Trovata finalmente la ricevuta di una banca vengo incanalato in un corridoio stretto e transennato. A destra la fila, a sinistra tutti quelli che vogliono o possono evitarla. Donne con bambini, anziani, trasportatori di materiali, amici di amici, furbetti del quartierino, gente che strapazza l'unico poliziotto di guardia e ci si infila. Passano trequarti d'ora e un timbro piomba sul passaporto. Ma invece di defluire, la fila si compatta, si ammucchia, si appallottola in una sorta di gabbia. Davanti c'e' una porticina di ferro, tutto attorno grate, sopra di noi 35 gradi. Capiro' dopo che dall'altra parte c'e' il Kazakhstan, intanto capisco che chi ha progettato questo varco ha sbagliato mestiere. Per quasi un'ora non guadagno un centimetro e quando il mio zaino comincia a fungere da trampolino per il lancio di scugnizzi, mi decido a sfruttare il potere dei sum uzbeki avanzati, e guidato da un marpione locale scavalco un cancello. Dopo aver digerito il solito Celentano del doganiere mi ritrovo in un altro Paese. A sganciare la meta' di quanto volevano sia il caronte biondo sia il simpatico tizio che mi porta a Shymkent. Oggi mordo.

Lo capiscono anche due emeriti ecologisti locali, che la sera si siedono al mio tavolo e mi offrono tre birre. Sostengono a ragione che cosi' dormiro' di brutto nella terza classe che mi porta ad Almaty. L'ex capitale e' la degna espressione di un Paese la cui storia e' stata scritta a tavolino dai sovietici e la cui l'urbanizzazione imposta dall'esterno si e' resa necessaria con l'esplosione economica. Fondata dai russi, questa citta' aliena e non esasperatamente moderna non e' brutta, ma una sterminata griglia di stradoni senza eccezioni, punti di riferimento, piazze o monumenti. Sembrata studiata per andare dritti a produrre. Gli alberi nascondono qualche obbrobrio architettonico ma appiattiscono il panorama, e la bellezza e' garantita dalla percentuale stupefacente di ragazze che la frequentano. Ci sono le russe accompagnate da quel loro broncio sensuale, che ogni rara volta che ti guardano sembrano dire si' va be ma la Mercedes dov'e'? E le kazake, che spolverata la timidezza orientale ti spolpano con gli occhi.
La prima che mi blocca si chiama Leniana. Mi pesca sul treno, e con tutto che indosso una maglietta marchiata da una cintura di sicurezza mi porta nella sede del suo prossimo colloquio di lavoro per chiedere se puo' ospitarmi nell'appartamento che le hanno messo a disposizione. Loro rispondono picche, lei sparisce e io devo dirottare sul Saulet. Che e' nel punto piu' a sud del centro, a 4km dall'unico internet buono, che a sua volta e' a piu' 4km dall'ufficio dove ogni straniero deve registrarsi all'arrivo (e dove vado 3 volte sommando 3 ore di spintoni assieme a cinesi e russi, perche' ad Almaty turisti non ve n'e'). In poche parole cammino come un pastore.
Questo non mi impedisce di incocciare Saken, un giovanottone dal sangue misto che per piu' di mezza giornata mi segue nella speranza di raccontarmi qualcosa di interessante. Alla fine, dopo aver scorso tutte le foto dell'ultimo mese commenta: "Lo sai che Turkmenistan, Uzbekistan e gli altri Paesi un tempo facevano parte di un'unica nazione chiamata Urss?". Lo fulmino. "...e che qui non abbiamo l'alfabeto latino ma uno che si chiama ciril...". Addio, Saken.
O di essere abbordato da una studentessa, che mi si avvicina mentre leggo su una panchina del parco Panfilov, circondato da sposini che si fanno fotografare mentre danno da mangiare ai piccioni. "Sei tedesco?". Tanto ormai e' tutto buono. "Di chi e' questo libro?". Garcia Marquez. "E' italiano?". Fuochino. "Senti... Vorrei tanto avere il tuo numero di telefono, e' possibile?". Indugio col pensiero su quella formula - panravilas - che in russo esprime una specie di bramosia fanciullesca e irrefrenabile. E sorrido. No, non ce l'ho. Lei arrossisce. E prima che le dica che io sono li', se vuole parlare, e che e' specioso che al giorno d'oggi i ragazzi comunichino a distanza quando eccetera eccetera, lei e' gia' scappata.
Infine Alina e Korelei, che mi bacchettano mentre fotografo una specie di cartomante al lavoro. "E' maleducato - mi fa la prima - lei e' una che fa del bene senza fini di lucro e per di piu' dice solo la verita'". La sezione etica del rimprovero non fa una piega, la chiosa e' deboluccia. Tipo? "A me a giugno ha detto che ad agosto avrei avuto un esame importante" aggiunge Korelei. Caspita. "A me che avro' due figli in tarda eta' perche' faro' carriera nel management. Per questo ho scelto economia" conclude Alina prima di sedersi accanto alla maga. Che non legge i tarocchi ma delle pietruzze. "Dove ha preso quei sassolini?" chiedo a Korelei. "Vengono dal cielo, gliel'ha mandati Dio".
Arrivederci Almaty, e' il momento di andare in Kirghisia. Sperando che la frontiera sia una formalita'.

domenica 2 settembre 2007

The scientist

In principio fu ponte Carlo, d'estate. Un anno dopo si bisso', ancora li', fra i meno quindici di capodanno. Seguirono la stazione di Edimburgo, il mercato di Otavalo, l'aeroporto di Guayaquil e il quartiere musulmano di Delhi. Con Antonio Pazienti da via Carini, rue de Basfroi, Blucherstrasse e Saitama va sempre cosi'. Mai una volta che si parta o si torni insieme, gli appuntamenti si danno a distanza di settimane e migliaia di chilometri. E poi cascasse il cielo si rispettano. Come non bastasse il suo zampino nel visto tagiko e il suo zampone in quello turkmeno, stavolta s'era parlato di Indonesia. Ma poi erano bastate due righe infantili da Nicosia - se non vieni in Uzbekistan ti tolgo il saluto - perche' il dottorando in neurobiofisiobulbologia prendesse in considerazione l'ipotesi, un mese piu' tardi salisse su un volo per Tashkent e da li' in treno arrivasse a Bukhara. Ventiquattro ore prima che io superassi a piedi due controlli rognosi e i 4km di sole fra l'ultima barriera turkmena e i primi tassinari uzbeki. Trascurando il fatto che non mi ha mai presentato una ragazza che non fosse, fosse stata o sarebbe stata la sua, il miglior amico che si possa sognare. Ci trovavamo per caso fra i gelsi del Lyabi Hauz.
Dai tempi in cui ci faceva arrestare dalla militsia jugoslava per aver cambiato in nero su un treno o che escogitava il modo di scavalcare il muro di cinta di Petra prima dell'alba per non pagare l'ingresso, lui s'e' oggettivamente dato un calmata. Io un po' meno, ho ancora scorie adolescenziali da smaltire. Ma per due settimane ci adeguiamo entrambi ad un Paese invaso da carovane di turisti con un'eta' media di 59 anni e due figure e che alle 7 abbassa le saracinesche. Ci facciamo coccolare da un ambiente accogliente, immediatamente familiare e incredibilmente ricco: pelli tese come tamburi attorno ad occhi tagliati a mandorla o color mattone impreziosite da iridi verde smeraldo, chiome di ogni colore, dal bruno al rosso fuoco. Questa terra di passaggio e' una Babele splendidamente armonica di nazionalita', etnie e culture, da quella uzbeka a quella tagika, dalla kazaka alla turkmena, dalla tartara alla russa, dalla turca alla iraniana, dalla ebraica alla cinese. E allora scattiamo un fottio di fotografie.
Click. Buongiorno. Click. Un passo della Ruhnama per illuminare il mattino. Click. Le vespe della colazione di Fatima. Click. L'interpretazione dei sogni. Click. Il sarto, le venditrici e il vecchio di Bukhara. Click. I panzerotti alla zucca e le sue conseguenze dirette sugli stomaci deboli. Click. Il boicottaggio della Bonaqua. Click. Gli orecchini. Click. Osh, Murgab, Sary-Tash, Khorog, Dushanbe, Almaty, il Pamir, la registrazione kazaka e quella tagika, il visto cinese da fare e quello kirghizo da modificare. Click. Ogni giorno il percorso verso Kashgar cambia. Click. Bukhara e' una perla ma va a dormire alle 10. Click. In compenso Khiva alle 9 chiude bottega e Nukus non si sveglia affatto. Click. Siete per caso tedeschi, giapponesi, turchi, inglesi, afghani o alpinisti? Click. L'anziano con la barba a punta che va in fissa per l'ipod. Click. Piu' di me. Click. Ruggero va al Khiva di Khiva, noi al Nukus di Nukus. Click. Le venti zanzare stecchite prima di coricarci. Click. Karakalpakstan e' piu' facile da scrivere che da dire. Click. La katastrofa. Click. Il senso di abbandono di Moynaq e il disastro dell'Aral. Click. I pescherecci in secca e le vacche secche. Click. Il quarto lago del mondo prosciugato da Breznev e dai campi di cotone turkmeni e uzbeki. Click. Sale, sabbia, polvere, pesticidi, antrace. L'aria semina cancro e brucia la vista. Click. Forse ne risente anche la Matiz di Sakhir il guercio, che ci pianta nei pressi di Qongirat. Click. Autostop. Click. Benedetto russo. Click. Il Mona Lisa. Click. Il ponte di gomma sull'Amu Darja. Click. Khiva e' un gioiellino. Click. Italiano Celentano. Click. La suoneria del telefonino del ragazzo dell'internet cafe'. Click. Dice "...l'autoradio nella mano destra e il canarino sopra la finestra". Click. Voglio ammazzare tutti e due. Click. Avemo vinto la Supercoppa. Click. Anto, devi sta' calmo. Click. La giocoleria con le cipolle. Click. Maidin dice di essere turca e pretende che la accompagniamo ad Urgench. Click. Per Mahmud e' uzbeka e vuole semplicemente concepire un figlio con passaporto comunitario. Click. Le partite a scopa. Click. Il platszkartny notturno, il vento e il deserto. Click. La stazione di Uchquduk. Click. L'onnipresente luna. Click. Samarcanda la monumentale. Click. I poliziotti. Click. E Farruh. Click. L'atmosfera del Bahodir, con i suoi chorpoya attorno ai tavoli. Click. Un bel covo di malati di mente, questo B&B. Click. Le banche. Click. Alex, Lea, Aurelie, Clemence, Joseph, Cedric, Louise. Due italiani e sette francesi. Click. Pasta per tutti. Click. L'australiano col vocione e la chitarra, l'insegnante ungherese, Hannah e il tecno-giappo. Click. Nigel gira in bici da cinque anni e mezzo, Francesco da quattro mesi. Click. Ma a tavola ammette che il problema piu' grosso e' quando ti prende la liquid shit. Click. I cocomerari del mercato che ci regalano un'anguria e due meloni. Click. Mai una volta che stia simpatico ad un concessionario Honda, piuttosto. Click. Le Pine si pronunciano pine. Click. La briscola in quattro con due uzbeki. Click. Amir & Damir. Click. Bello quell'orologio, quanto costa? Click. Meno di due euro, l'ho preso in quella bancarella li'. Click. I tassinari improvvisati che ti prendono al volo. Click. Quel fenomeno di Tashkent, che schiva due frontali nello stesso incrocio. Click. E poi scende per stringere la mano del pirata. Click. L'ultima cena con Alex e Lea. Click. E l'ultima sigaretta. Click. Il saluto di notte. Click. Come a San Miguel de Allende, a Trujillo, a Leh.


p.s. Auguri, Mattia!